Qualche giorno fa ho partecipato al Forum euromediterraneo di Marsiglia, un’iniziativa che ha riunito larga parte della comunità economica mediterranea tra Maghreb, Mashrek e Paesi del Golfo. Il forum è la prima inziativa francese di questo tipo. L’analoga iniziativa italiana, tradizionalmente presa dalla camera di Commercio di Milano e dalla sua azineda speciale, nel 2011 non ha avuto luogo. L’impressione è che non solo l’Italia ma l’Europa rischia di perdere un grande treno. I soldi del Golfo saranno utilizzati per crescere e le sponde del Mediterraneo si allontaneranno. E a perderci saremo noi. Il Mediterraneo arabo ha centinaia di milioni di uomini e donne, ricchezze naturali e voglia di fare. Di seguito il mio intervento nella sessione finale del Forum.
Grazie per l'invito che mi consente di parlare, dalla prospettiva dell'Italia, del futuro della regione euro mediterranea. Una regione nella quale il mio Paese deve svolgere il ruolo che è insito nella geografia, nella storia e nell'economia del Mediterraneo stesso. Lasciatemi dire alcune cose. Credo che la sfida della mia generazione di politici "euro mediterranei" sarà quella di trasformare il "Mare nostrum" da un bel confine blu tra Europa e Africa in un bel ponte azzurro tra le due sponde, traendo da quel lago di conflitti e paure che abbiamo conosciuta per decenni un mare di opportunità e ricchezza. Per perseguire questo risultato, per ottenere questo obiettivo non credo sarà sufficiente costruire semplicemente una rete di interessi, di affari, di imprenditori. Tutto questo è ovviamente importante così come è stato importante questo incontro a Marsiglia e gli altri che organizzerete. Tuttavia non è sufficiente. Non vinceremo la nostra sfida solamente attraverso le Camere di Commercio. Faremmo lo stesso errore, potremmo avere la stessa illusione che abbiamo coltivato nella costruzione della nostra Europa. L'economia e gli interessi sono vitali ma attraverso di loro si può solo compiere metà della strada. Sono la politica e la cultura a dover fare il resto, a dare il senso di una finalità comune, la "prosperità e la visione condivisa" che voi evocate nel motto di questo Forum. Parlare di politica e di cultura ai giorni nostri è qualcosa di profondamente diverso dal passato. Gli Stati, le diplomazie tradizionali i vertici dei ministri e gli accordi internazionali non sono i più gli unici strumenti. Il campo in cui si gioca la partita è diverso e abbiamo nuovi giocatori. Prendiamo ad esempio cosa ci ha detto stamane Abdelmalek Alaoui: per avviare il motore dello sviluppo nel Maghreb la prima cosa è ottenere il mutuo rispetto tra marocchini e algerini e per farlo ha tirato fuori l'idea - credo sia nel giusto - di organizzare "gli stati generali della carta stampata e dei media" dei due stati. E' un esempio di come oggi esista una diplomazia diversa. Siamo nel mondo della "politica peer to peer" e questa nuova modalità smantellerà e ricostruirà dalle fondamenta anche le relazioni tra i popoli e le nazioni. La società civile è la chiave. La mobilità dei cervelli è importante. A questo proposito voglio ricordarvi che una mozione è stata approvata dal Parlamento europeo a favore dell'istituzione di un Erasmus nel Mediterraneo, il progetto per la mobilità degli studenti. Certo, io chiamerei il progetto Avicenna o Averroé (due antichi filosofi euromediterranei) piuttosto che Erasmus, un filosofo di sicuro importate ma di altre latitudini. A parte questo, si tratta proprio di una di quelle buone notizie di cui abbiamo bisogno. La società civile e le persone contano. Una parte del nuovo approccio è anche fondato sui parlamenti e sui partiti politici. Oggi le relazioni tra i partiti politici europei e i nuovi partiti politici nel sud del Mediterrraneo sono deboli, quando esistono, e ferme nel passato, legate ad antiche famiglie politiche che non hanno futuro né più ruolo nella regione. Tutto questo rende difficile istituire una reale, permanente e fruttuosa cooperazione. Proprio in un momento in cui sarebbe particolarmente importante scambiare esperienze tra le vecchie e le nuove democrazie che hanno di fronte sfide e problemi già affrontati nel passato dai nostri Paesi. Sta a noi politici pensare nuove forme e nuovi forum per far crescere questi dialoghi, questi rapporti Non possiamo certo aspettare i progetti di democracy-building della Commissione europea né contare sugli esperti mandati dalle nostre pubbliche amministrazioni. Dobbiamo avere un approccio politico nuovo, "peer to peer", partito a partito. Thadi Gorfi stamattina ha parlato del concetto di "coproduzione". Anche nel dibattito pubblico sulla politica è venuto il momento non solo di ascoltarci l'un l'altro o sederci per parlare insieme ma è ora di pensare insieme. Un secondo punto. Se l'Europa ha una reale volontà politica di costruire una partnership euromediterranea dobbiamo imparare a governare, a gestire, il più importante tra i flussi che quotidianamente attraversano il Mediterraneo che non è un flusso di capitali o di investimenti ma un flusso di donne e uomini, di giovani donne e uomini, che affrontano il rischio di morire in mare per raggiungere le nostre coste e le nostre città.. Se l'Europa non cambierà il suo atteggiamento sull'immigrazione, se non riusciremo a convincere la nostra gente, i nostri cittadini, che gli immigrati non sono una minaccia ma, al contrario, un dono di futuro, se non troveremo un nuovo modello di integrazione, oltre il multiculturalismo e l"integrazionismo", non andremo troppo lontano e perderemo la nostra sfida. E se falliremo, il nostro mare diventerà più largo e i nostri partner mediterranei si volgeranno altrove per cercare il loro futuro e perseguire il loro sviluppo. In un nuovo mondo multipolare non avranno difficoltà a trovarlo altrove, come ci ha detto Romen Mathieu. Lasciatemi dire, su questo argomento, che non è sufficiente declamare la necessità di una politica comune dell'immigrazione perchè il punto è: quale politica dell'immigrazione. In tal senso, devo dire che il Patto europeo sull'immigrazione e l'asilo non va nella direzione esatta, basato come è su un approccio sostanzialmente securitario, sulla lotta al terrorismo mentre lascia da parte il tema dell'integrazione e della partnership con i Paesi sull'altra sponda del mare. Il mio punto finale riguarda i miei compagni europei. L'Europa deve capire che è arrivato il tempo di spostare la sua attenzione politica e le sue risorse dall'est al sud. Certamente dobbiamo "democratizzare, rendere visibile e delocalizzare" le nostre politiche euromedietrranee", prendo in prestito le parole dell'Ambasciatore Nassif Hitti conil quale mi trovo del tutto d'accordo. Ma innanzitutto dobbiamo creare in Europa una vera volontà politica di investire energia e denaro nella regione Mediterranea, superando le gelosie nazionali, spingendo da parte la legittima competizione tra Italia e Francia e convincendo il Parlamento europeo e il Consiglio che nel prossimo Quadro finanziario pluriennale che riguarderà il periodo 2014 - 2020, almeno i due terzi delle risorse per la Politica di Vicinato devono essere destinate alla partnership euromediterranea. Si tratta di una chiara responsabilità di Italia, Francia e Spagna. Dobbiamo coordinare la nostra azione politica a Bruxelles per raggiungere lo scopo o perderemo le possibilità che la Primavera araba può rappresentare nel futuro. Infine, lasciatemi dire che la regione o meglio il progetto euro mediterraneo io credo sia solo una tessera di una più ampia strategia geopolitica di pace e di cooperazione, quella rappresentata dall'ambizione "euroafricana" di cui parlava il grande poeta e statista Leopold Senghor: due culture e due civiltà complementari il cui riavvicinamento può portare frutti importanti alla democrazia, la giustizia e lo sviluppo equilibrato di quel nuovo mondo che dobbiamo costruire. Grazie.
Edoardo Patriarca, qualche giorno fa su Europa delineava due possibili futuri scenari politici per i cattolici italiani: in un caso, un bipolarismo europeo con un Partito popolare contrapposto a un partito socialdemocratico, nell’altro, la nascita di una nuova formazione cattolica centrista, attorno al nucleo di un Udc rinnovata (?!), che scardini l’attuale bipolarismo.
In entrambi i casi, avvertiva Patriarca, «il Pd appare marginale e a rischio di marginalità i cattolici che vi militano». Mi pare che Patriarca abbia pienamente ragione.
Tanto i cattolici che si occupano di politica quanto quelli che vi ragionano attorno devono, però, fare due passi in avanti, traducendo in proposte e visioni più attuali e radicali i contenuti elaborati durante questi anni di importante riflessione e ripartenza della cultura politica cattolica.
Una cultura spesso limitata al «fermento che anima la vita delle comunità e delle chiese locali» e tradizionalmente rappresentata a livello nazionale e nell’immaginario di molti da politici di altre stagioni.
Negli anni ’90 i cattolici liberaldemocratici, lungo l’asse Andreatta-Scoppola-Parisi-Prodi per tacere del contributo di Mario Segni, furono tra i perni della costruzione della democrazia italiana post Tangentopoli.
Avevano in testa una visione forte che ruotava attorno all’idea di una democrazia decidente dei cittadini, all’ancoraggio europeo, alla proposta politica dell’Ulivo.
Ringrazio Lapo e Nicola per avermi dato la parola.
Questa volta non parlerò di aspetti tecnici, di Agenzia, di norme ed emendamenti.
Sono qui, seduto dall’altra parte, come uno che vuole chiedere al PD, quindi in parte a me stesso, qualcosa.
Voglio chiedere al PD di morire. Di morire ai piccoli pasi, ai prudenti e progressivi aggiustamenti, alla politica della piccineria.
Voglio chiedergli di fare un balzo. Un balzo serve per superare il fossato che ci divide dai cittadini e che divide noi, tutto il Paese dal futuro.
Dalla capacità di compiere questo balzo che saremo giudicati.
Ai tanti amici delle Ong, qui presenti, chiedo di aiutarci a fare questo balzo. Esigete, pretendete, rompete gli schemi, non chiedeteci più soldi chiedete più politica.
Badate bene, già immagino le critiche, non si tratta di farsi dettar l’agenda. Non credo che qualcuno abbia qui un’agenda da dettare. Ciascuno ha forse un foglio di quella agenda e si tratta di raccoglierli, di metterli insieme.
Certamente, per iniziare, però occorre gettare via quella vecchia di agenda. Quella che nel PD continuiamo a rigirarci fra le mani e che ha date sbagliate e festività soppresse.
Continuiamo spesso a parlare di futuro della cooperazione e a chiederci se ce ne sarà uno e se sarà “parte integrante” della politica estera ma io penso che dobbiamo interrogarci su cosa è oggi e cosa sarà domani la politica estera.
Di certo non esiste più l’idea dell’ambasciatore con la feluca ce all’estero rappresenta esclusivamente e compiutamente il Paese, né quella della Farnesina come terminale unico, attore incontrastato nel pensare ed esercitare un effettivo controllo nella proiezione internazionale del Paese.
Chi ha redatto gli accordi sull’immigrazione con Tunisi? Maroni o Frattini? E Frattini ha forse voce in capitolo quando si parla della nuova regolamentazione dei mercati finanziari internaizonali? O quando a Copenhagen i discute di ambiente?
Siamo alle soglie dell’affiancamento alla politica estera tradizionale con nuova forma di politica estera: la global politics.
Una politica che è pensata localmente, nei confini nazionali, ma agisce su issues globali e quindi ha effetti globali, interagendo in un’arena internazionale e globale.
Cosa comporta questo per un partito e come si deve attrezzare?
a) Le forze politiche devono assecondare e adeguarsi a questa realtà, devono iniziare a pensare e parlare in inglese, darsi una modalità che non è quella delle realzioni internazionali perchè si fonda sui contenuti. Il PD è sulla strada giusta quando organizza con questo spiritocla Prima leader conference alla Camera dei Deputati o quando traduce in inglese e consegna a Milliband e agli altri partiti socialisti europei la propria proposta sulla tassazione delle speculazioni internazionali. Sono temi e questioni che vanno affrontate, in ogni modo, fuori e a prescindere dalle vecchie famiglie politiche, inadeguate alla bisogna.
b) Le forze politiche devono riscrivere i loro programmi, contaminare con un approccio nuovo tutti i settori di azione. Ciascun piccolo responsabile del partito deve farsi globale, deve pensare globale.
In questa sala, davanti a noi, non ci sono rappresentanti di interessi di nicchia, non sono gli ordini professionali degli avvocati o dei farmacisti interessati alla piccola norma o al piccolo finanziamento a loro favore. C’è un mondo coon una visione del nostro mondo e del nostro futuro che vuole che il Pd informi a questa le sue politiche.
Quali sono, per mantenere un profilo anche concreto, le grandi issues che oggi definiscono il campo della global politics?
Ne indicherei cinque:
La finanza internazionale e la regolamentazione dei mercati finanziari di cui la politica sa nulla o poco, cosa che ne determina la subordinazione all’economia, tema che oggi ha un impatto decisivo e non trascurabile sullo sviluppo delle economi e dei popoli.
Sicuramente l’ambiente i cui temi hanno per natura dimensioni e risposte globali.
L’immigrazione, come è stato indicato.
Il Commercio internazionale e la sua regolamentazione che sfugge al controllo dei Parlamenti nazionali (per via delle competenze europee) e le cui tendenze selettive al protezionismo possono contraddire tragicamente tutte le politiche di aiuto che vengono poi messe in piedi per alcuni paesi.
La questione della pace, della democrazia e della stabilizzazione sulle quali è venuto il momento di provocare un confronto definitivo tra l’internazionalismo democratico, per il quale mi schiero, e vecchie forme di pragmatismo e di realismo che appartengono ad alcune delle tradizioni di cui il Pd è erede.
Su questi temi occorre avere voce, chiedere di scrivere il programma, di avere un confronto con i responsabili interni. Su questo occorre fare il balzo in avanti.
Il testo integrale del comunicato apparso su Latina Oggi
Le proposte del Presidente del consiglio comunale, Nicola Calandrini, sono di grande interesse e vanno nella direzione che PrimaVera Latina ha auspicato con la sua proposta di delibera sulla supertrasparenza e sull’Anagrafe degli eletti.” Soddisfazione nelle parole di Emilio Ciarlo che con il movimento PrimaVera Latina aveva predisposto una vera e propria delibera consiliare, pronta per l’approvazione, che prevedeva la modifica di Statuto e Regolamento del Comune per ottenere la diretta web dei Consigli comunali, proprio come nel programma di Calandrini, e la pubblicazione on line delle delibere approvate e dei voti espressi dai consiglieri.
La proposta di delibera di PrimaVera Latina è stata consegnata il primo giorno del Consiglio a tutti i consiglieri e al Sindaco, auspicandone una unanime approvazione. Speriamo di aver contribuito all’iniziativa di Calandrini per le dirette del Consiglio e lo sproniamo a fare di più, accogliendo anche le altre proposte sulla “supertrasparenza” che avanzavamo: la pubblicazione delle delibere, degli incarichi assegnati, delle votazioni effettuate, dei documenti di Bilancio.
Proprio il Bilancio, peraltro, dovrà essere una dei prossimi temi da affrontare quanto a trasparenza e a controllo dei cittadini. Il Bilancio di Latina è infatti redatto in modo scarsamente leggibile e non prevede né forme di Bilancio partecipato nè valutazioni di impatto sulla società e sulle famiglie, come succede con le esperienze del Bilancio sociale. Ce ne occuperemo il prossimo anno, per ora tifiamo perchè Calandrini vada avanti con le sue proposte e anzi le integri con quelle contenute nella delibera di supertrasparenza.